lunedì 19 maggio 2008
L'IMPORTANTE IMPEGNO DELLA PROMO&FORM NELLA PROMOZIONE E DIFFUSIONE DELLA CULTURA E DELL'ARTE.
Premio Losardo Laboratorio 2003. Cristo d'argento a Nicola Gratteri
Si svolgerà a Diamante, quest’anno la sesta edizione del Premio Losardo “Laboratorio 2003” dedicato alla memoria di Giovanni Losardo, assassinato dalla mafia il 21 giugno 1980. La manifestazione culturale si terrà il 29 maggio alle ore 18.00 al cinema- teatro Vittoria ed è patrocinata dal Comune di Diamante, dalla Provincia di Cosenza, dalla Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria, e dal CTC Unesco di Parigi. Il Laboratorio Losardo assegnerà il Cristo d'argento, simbolo antimafia raffigurante il sacrificio di Losardo, per il giornalismo e impegno sociale per la legalità al sociologo Pino Arlacchi, per la seconda edizione del volume "La mafia imprenditrice", al magistrato Nicola Gratteri ed al giornalista Antonio Nicàso, per il volume "Fratelli di sangue" e al giornalista Arcangelo Badolati, per il volume "Ndrangheta eversiva". Per la sezione "Giornalismo" saranno conferiti riconoscimenti speciali a Pietro Melia di Rai 3 Regione e a Cristina Vercillo del Quotidiano della Calabria. Il premio sezione "Impegno sociale per la legalità" sarà consegnato al magistrato Alfredo Cosenza ed al sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza. L'iniziativa sarà presieduta dal presidente del Laboratorio sperimentale, Gaetano Bencivinni, e coordinata da Francesca Villani, referente editoria e comunicazione. Interverranno il sindaco di Diamante Ernesto Magorno, il presidente del Laboratorio Sperimentale “Giovanni Losardo”Gaetano Bencivinni, l’assessore comunale alla cultura Battista Maulicino, il prof. Michele Borrelli, ordinario di pedagogia presso l’Università della Calabria, il Prefetto di Cosenza Pietro Lisi , il presidente dell’amministrazione provinciale di Cosenza, Mario Oliverio e il vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Mario Tassone. A presiedere l’ incontro sarà l’ assessore provinciale alle Politiche Giovanili di Cosenza Donatella Laudadio. Nel corso della manifestazione sarà distribuito il volume Quel giugno dell’80, a cura di Gaetano Bencivinni e Francesca Villani, con prefazione di Michele Borrelli ed i contributi di Filippo Veltri, Luciana De Luca, Annarosa Macrì, Arcangelo Badolati, Raffaele Losardo, Francesca Villani. Sarà consegnata inoltre la tessera di Socio Onorario del Laboratorio Sperimentale “G. Losardo” al regista Daniele Cribari. Un attore del cast del film “Cedri di Amante” reciterà la poesia “Quel giugno dell’80”, dedicata alla memoria di Giovanni Losardo. Nelle edizioni precedenti il premio Losardo è stato assegnato, tra gli altri, al giornalista del Corriere della sera Gian Antonio Stella, al regista Mimmo Calopresti, al giornalista Rai Sandro Ruotolo, all’on Marco Minniti e a mons. Giancarlo Maria Bregantini. Il laboratorio sperimentale Losardo, attivo dal 3 agosto 2003, ha organizzato numerosi eventi culturali, corsi di formazione, prodotti cinematografici e pubblicazioni su legalità e tematiche legate al cinema.
Giovanni De Giacomo ed il folklore di Calabria
Lo studio delle tradizioni popolari risale pressappoco alla seconda metà dell’800. Ed in Calabria esso ha avuto un padre nobile in Giovanni De Giacomo che ne è stato un precursore convinto e appassionato.Nato a Cetraro, nel 1867, egli si diede una vasta formazione classica che gli servì da tramite per i suoi interessi di ricerca; avvertendo come in Italia ed Europa si stesse profilando ormai l’origine d’una nuova scienza che faceva del folklore il suo campo d’indagine. E, pur vivendo in provincia, riuscì a stabilire una serie di contatti con figure eminenti della nuova disciplina che segnarano la sorte del suo futuro di studioso. Sicché conobbe e fu amico del Padula e del Julia, come pure prese parte agli studi, in Sicilia, del Pitrè. E su consiglio di Graziadio Ascoli, che compilava allora un poderoso “archivio glottologico”, e dell’illustre prof. Hugo Schugardt, dell’Università di Graz, si diede tutto allo studio del folklore e dell’etnografia calabrese.Dopo un saggio su “La Calabria e l’orco”, apparso nel 1894, iniziò una fruttuosa collaborazione con la rivista “La Calabria”, diretta a Vibo Valentia da Luigi Bruzzano. Pubblicandovi articoli succosi sugli “Usi e costumi dei villani di Cetraro”, saggi di medicina popolare e raccolte di motti e di sentenze varie che ancora oggi conservano un autentico valore di recupero della civiltà locale. Crebbe in notorietà ed il suo lavoro di ricercatore gli valse molte lodi ed incoraggiamenti. Ruggero Bonghi si occupò di lui, nel periodico la “Cultura”, ed il De Gubernatis lo volle a collaboratore della “Rivista di letteratura popolare”; mentre alcuni suoi lavori letterari comparvero sui fogli Avanguardia, Fanfulla e La Cronaca di Calabria. Tutto questo vasto patrimonio di notizie e conoscenze lo riversò quindi nel suo libro “Il Popolo di Calabria”, edito in due volumi nel 1896-99. Un compendio d’usi e tradizioni, dove pure confluirono recuperi importanti; come certi resti del teatro popolare calabrese risalenti alla farsa del ‘600. Ma uno dei suoi lavori singolari, uscito postumo con una prefazione di Raffaele Sirri, fu “La farchinoria”; che raccolse riti e consuetudini dell’eros in Calabria: frutto d’una raccolta personale di notizie che fu un tratto tipico e moderno della sua veste di ricercatore. Per molto tempo della sua vita insegnò: a Cetraro, Belvedere, Paola e Rossano; come pure, brevemente, al Liceo Telesio di Cosenza dov’ebbe modo di conoscere il Misasi e Domenico Milelli. E la sua predilezione per gli studi lo portò pure lontano; come quando nel 1910, per incarico di Lamberto Loria, compose il padiglione calabrese del Museo nazionale d’etnografia, conservato tuttora in Valle Giulia di Roma. Ammalatosi piuttosto gravemente, nel 1917 si ritirò nella sua casa, al Borgo di Cetraro, dove continuò a scrivere e studiare; confortato dall’affetto d’amici come lo scrittore Antonino Anile o l’antropologo Raffaele Corso che sempre si dichiarò suo allievo affezionato. Finché, un anno prima di morire, diede alla luce, nel 1928, il suo ultimo lavoro: “Athena Calabra”. Una silloge di scritti che voleva rivendicare alla Calabria un suo atavico splendore; dove la storia regredisce ad epos ed il tratto fiero della gente di Calabria diventa, esso stesso, motivo formatore della storia. Ad alcuni parve, allora, quest’impresa un esercizio di retorica, che contraddiceva lo stato miserevole in cui si dibatteva la Calabria. Ma, come ebbe a dire una volta il De Giacomo, “la miseria, prima che nelle nostre tasche, è nella nostra testa”. E forse il vecchio professore di Cetraro non aveva torto.
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